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Civiltà contadina: valori e memorie

XII Edizione 2001

"PREGHIERA ALLA TERRA"

A cura di Lorella Giudici

VESPOLATE - NOVARA - CASTELLANZA (VA)

PREGHIERA ALLA TERRA

Lorella Giudici

C'era un tempo in cui tra gli indios delle impervie montagne del centro America era in uso un curioso rituale propiziatorio: la pacha mama. Ogni volta che la terra stava per essere ferita (per costruire una casa, per sradicare una pianta, per tracciare una strada o, semplicemente, prima di arare un campo ...) l'anziano del paese, l'iniziato, doveva donare a quella stessa terra cibo e cicha (una gialla bevanda ricavata dalla macerazione e masticazione di alcune piante), sotterrandone in abbondanza tra le zolle e accompagnandoli con preghiere di ringraziamento e di scuse. Era un rituale antico, codificato, tramandato di generazione in generazione (in alcuni remoti villaggi della Bolivia e del Perù ancora oggi viene praticato). Era un omaggio, uno scongiuro, un riconoscere la terra come madre, amica, compagna, ma anche come forza capace di distruggere, aggredire, far soffrire. Quel rito era la dimostrazione tangibile di un rispetto ancestrale, di un bisogno (interiore prima ancora che pratico) di essere solidale con lo spirito del mondo. Era la sublimazione di una simbiosi ideale tra anima e materia, tra morte e rinascita.

Quella tra uomo e terra è un'impari lotta quotidiana, un precario equilibrio di forze, un'imprevedibile alternanza di vittorie e sconfitte. Basta guardare queste verdi terre del Basso Novarese per comprendere il lavoro compiuto da secoli; basta percorrere con gli occhi í verdognoli specchi d'acqua delle risaie per udire ancora il canto di tante mondine che, con i piedi immersi nel fango, le gambe gonfie d'acqua e la schiena inarcata, s'inchinavano a raccogliere a le preziose pianticelle. Quel canto risuonava in tutta la pianura. Quel canto era la loro preghiera.

È a loro che ha pensato Pina Inferrera quando ha tessuto la trama dei suoi immacolati tappeti di poliestere: ai rettangoli di terra allagati, allo scricchiolio dei piedi nudi sopra il riso trebbiato, al duro lavoro delle mani macerate dall'acqua, alla sacralità di quegli antichi e sapienti gesti. Dall'intreccio dei fili plastici (recuperati dallo scarto della moderna industria) si dipana la storia, si legge la traccia lasciata da quelle mani laboriose e infaticabili; si riallacciano antichi e sinceri legami col mondo. Sotto ventri turgidi di luce avviene la Germinazione; lungo i fili contorti e arruffati corre la linfa della vita; dentro quelle bolle rigonfie si compie il miracolo della nascita.

Anche Bahk Seonghi ha scelto come punto di partenza il riso. Migliaia di dorati chicchi appena colti e non ancora privati della gialla pellicola che li protegge si sono distesi in un soffice e spesso tappeto. Ad un'estremità (quella più ordinata, geometrica, riflessiva) un "foro" quadrangolare lascia intravedere un rettangolo bianco su cui giocano le ombre dei pezzi di carbone che oscillano poco più sopra, appesi a sottili e invisibili fili di nylon. Il nero spesso e fuligginoso del carbone contrasta con il bianco del piano e il giallo ambrato dei chicchi. Ma, come per magia, a pochi centimetri dalla meta, la scura cascata si arresta e si organizza in un aereo rettangolo sospeso. Se, da un lato, ordine, discrezione e razionalità sono alla base di questo lavoro, A dall'altro 1'atomizzazione dei grani di riso e la frammentarietà del carbone sono il riverbero della vita, lo specchio del creato, di un universo capace di vivere e percepire solo il riflesso dell'esistenza.

Lungo il cammino della vita si sgranano rosari di ricordi, affetti, speranze, delusioni. Sulle strade del mondo si odono gli echi di milioni di preghiere espresse da viandanti troppo occupati dal loro perenne peregrinare per accorgersi di questo disperato canto corale. Shafik si è fermato ad ascoltarle e le più belle le ha simbolicamente raccolte in voluminose balle di juta, le ha legate e stipate in un capiente e ancora disorganico archivio. Gli involucri hanno i caldi colori delle spezie, l'incanto e il profumo delle assolate dune del deserto, i suoni e le voci di mille popoli del mondo. C'è un desiderio religioso in questo ostensorio della materia, l'ambizione di costruire un tempio adatto ad accogliere tutte le anime. Un tempio fatto di poche cose: teli variopinti, sudari lisi e malconci, delicate foglie d'oro (che, come languide farfalle, si posano nei luoghi più impensati), polveri e fili trasparenti. A questo tempio non servono colonne o possenti mura, ma spirito e memoria, per potersi liberamente e agilmente spostare lungo i meridiani del mondo.

C'è riflessione, misura e meditazione anche nel lavoro di Gabriele Jardini. I suoi scatti fotografici immobilizzano eventi unici, irripetibili, fenomeni voluti, cercati e creati tra il caotico disordine degli elementi naturali. Per cui un bosco, una spiaggia, un paesaggio roccioso o il greto di un fiume diventano il teatroA di curiose manipolazioni. Ecco, allora, che, improvvisamente, sulla corteccia di un albero si materializza l'ombra bianca di un uomo, lo spirito di un essere (dio Pan o impalpabile alter ego) che fa vibrare tutto all'unisono. Un alito di vento e questa presenza s'invola in miriadi di piccoli soffioni vegetali. O, ancora, tra gli alberi fa capolino un geometrico alveare plasmato nel fango e completato da un piccolo "comignolo" vegetale del colore del tenero giallo autunnale. E come se improvvisamente la materia cominciasse a parlare un'altra lingua, più dotta, più raffinata, grammaticamente più corretta, più colta. È stato sufficiente dare un nuovo ordine alle cose per creare un giardino del pensiero, uno spazio metafisico dovu silenzio e solitudine sono i soli compagni di viaggio.

Di tutt'altra natura è l'opera di Attilio Tono. Forte, magnetica, spietata la Colonna è coperta per tutta la sua rispettabile altezza da una leggera polvere brunastra che, se da un lato annulla l'effetto dei mattoni sottostanti, dall'altro sottolinea la sua funzione architettonica di elemento portante. Quel pigmento si è insinuato anche negli anfratti più reconditi, è sangue di bue essiccato, un potente fertilizzante comunemente usato in floricoltura. La scoperta è raccapricciante, lascia sgomenti e affranti. È incredibile constatare che, ancora una volta, è da una violenza che ha origine la vita. Ed ecco che da quell'humus fecondo si generano gocce di teneri e verdi germogli. Se là, sulla colonna, si consumava l'orrore dellaA vessazione, qui, a pochi centimetri, lungo una delicata spirale in crescendo, si ricostituisce la benefica e ottimistica armonia dell'origine.

Cambiamo ancora registro con l'installazione di Ales Hnízdil. Lunghe bacchette d'acciaio si librano come stilettate nell'aria. Lucide sbarre tornite si protendono come antenne pronte a captare ogni minuscola vibrazione, il più lieve brusio; a rilevare e catturare il più piccolo atomo di energia spirituale. E, tra questo groviglio di graffianti barre metalliche, spuntano leggeri e trasparenti cilindri di morbido acetato. Sono la cristallizzazione delle energie rilevate, la manifestazione più tangibile dei pensieri dispersi nell'etere.

Una soave melodia si leva dalle candide forme di Chiara Castagna. Adagiate sul pavimento (o appoggiate al muro) esse mostrano la loro disarmante e fragile nudità. Sono Otri, ventri materni o vuoti bozzoli di farfalla? Sono porzioni di fiori o antiche ghirbe dei deserti africani? Sono vegetali o parti marine? Da qualsiasi regno provengano, queste ampolle, modellate con cera, farina e elementi naturali, sono parte della storia, sono fossili millenari. Come stalagmiti, si sono originate da lente e continue sedimentazioni e, come loro, sono fragili e preziose. In esse si trova rifugio, nutrimento, serenità.

Infine, quelle di Patrizia Guerresi sono orazioni sommesse, litanie sussurrate nel raccoglimento di un tappetino di argilla. Le voci di un capannello di donne (le stesse che hanno lasciato impressa nella terracotta l'orma dei loro piedi) si levano nell'aria discrete ma risolutAe. Incise sulle tavolette (metà bianche e metà brune) le frange dei tappetini e le silhouette dei portali di una moschea. Alcune orme sono proprio al centro del portale, altre sono posizionate a lato. E non è un caso, l'essere dentro o fuori spesso è una scelta, è un modo di vivere, è una maniera di intendere il mondo e le cose. Essere dentro la spiritualità è diverso dal camminarle accanto. Esserci significa viverla, procedere in parallelo significa solo sfiorarla. È un po' la differenza che Heidegger fa in Essere e Tempo tra conoscenza pragmatica e conoscenza teorica: una guarda all'utilizzo, l'altra contempla la pura presenza degli elementi. Tra una e l'altra c'è un abisso.

Tengo questo turchese
nelle mani.
Le mie mani trattengono il cielo
in questa piccola pietra.
Ai suoi bordi
c'è una nuvola.
II mondo è sotto da qualche parte.
Giro la pietra, e il cielo diventa più grande.
Questa è la chiara serenità, la pietra può essere peculiare,
qui sento, di cosa faccio parte.
Sono felice con questo cielo nelle mani, negli occhi, dentro di me.

[Simon J. Ortiz, poeta indiano della tribù dei Navajo]

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