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Civiltà contadina: valori e memorie

XV Edizione 2004

"AIR"

A cura di Maria Campitelli

VESPOLATE - NOVARA - altre sedi

AIR

Maria Campitelli

Aria, l'elemento che più si distacca dalla terra, che ci spinge lo sguardo verso l'alto, verso il cielo, l'azzurro, le nuvole che lo solcano. Aria, aspirazione di volo, da sempre nell'uomo, sin dal mito di Icaro, dinamismo ascensionale (riecheggiando Bachelard) benché le metafore sulla caduta rispetto a quelle dell'ascensione - è sempre Bachelad ad affermarlo (G. Bachelard, Psicanalisi dell'aria, Red Edizioni, 1997) - siano più frequenti nella nostra immaginazione.

Aria come soffio interiore, alito dell'anima. Secondo Nietshe l'aria è la sostanza stessa della nostra libertà, che nutre il sentimento della gioia; la gioia è aerea ed equivale alla libertà.
Tra le nuvole, nell'aria, coltiviamo i nostri sogni. Il sogno ad occhi aperti ci trasporta in alto ma la caduta è repentina, nel ritorno alla concretezza terrestre.
L'aria che avvolge il pianeta, riempie i nostri polmoni, ci permette di respirare e di vivere, procurandoci un "innegabile benessere".

La poesia - sostiene ancora Bachelard - è materiata d'aria, è la gioia del soffio, un afflato, una sostanza vitale che avvolge pure l'arte. L'"aura", proclamata da Benjamin, come atmosfera identitaria dell'opera d'arte, è pure un soffio, un quid generato dall'essenza aerea che si deposita sulla presenza artistica, impregnandola di sé.

L'aria, dei quattro elementi che compongono la natura del nostro pianeta, è la più nobile, quello che spinge alla vertigine delle altezze, sia in senso fisico che metaforico.

L'aria è atmosfera, il senso dell'atmosfera si espande, può comprendere condizioni e situazioni del nostro esistere, lambisce sentimenti, si abbassa sulla terra e sull'umanità.

Vento, movimento dell'aria, immagine dinamica di un'aria che si trasforma, si fa violenta, diviene tempestosa. Aria/vento come energia, che può soccorrere le carenze, le problematiche energetiche che compromettono oggi l'eco-sistema. Le nuove macchine del vento, sono generatrici di energia pura.

Aria, aura, vuoto, soffio, afflato, atmosfera, vento, dinamismo, energia, vita...
Un qualcosa che sta sopra di noi, ma ci appartiene, come appartiene all'invenzione creativa.

Fabiola Faidiga va incontro all'aria come vento. "Controventi, settembre 2004", unisce il gioco alla riflessione. È nato da uno stage organizzato dall'artista assieme al fotografo aquilonista Marino Ierman, con la partecipazione dei ragazzi di Vespolate e Borgolavezzaro. È stato ispirato dalle distese immense delle risaie tra Novara Vercelli, Pavia. Ai ragazzi è stato insegnato come costruire un aquilone, che vola se può porsi controvento.

Gli aquiloni sono stati dipinti a colori vivaci. Poi i ragazzi sono stati fotografati, ciascuno con il suo aquilone posto di schiena, di fronte al paesaggio orizzontale e sterminato delle risaie dorate al colmo della maturazione. I ragazzi sono in attesa che arrivi il vento; qualcuno lancia l'aquilone per un inizio di volo. Le foto sono intenzionalmente in B/N, facendo evidenziare solo l'aquilone colorato al computer, protagonista di una metafora che, oltre al gioco, diviene interrogativo sul futuro di questi giovani. Si alzerà l'aquilone, spinto dal vento? Ovvero, ci sarà un futuro propositivo, degno di queste giovani vite?

Albano Guatti guarda all'aria in tutt'altro modo. È il mezzo attraverso cui crescono le sue sculture. Le sue sono sculture d'aria, immessa dentro a tessuti sintetici o di plastica, tramite un compressore. Se non c'è l'aria la scultura s'affloscia, si può piegare e contenere, se non in tasca, in una valigia, mentre quando si erge, gonfiata, raggiunge i quattro metri d'altezza come in "Movimento equestre". È una scultura da terzo millennio, mobile, che trattiene in sé tutto il senso del nostro tempo effimero e precario. L'idea è nata però molto tempo prima, quando a nessuno, in America dove l'artista abitualmente vive, era ancora venuto in mente di creare una scultura monumentale e tascabile allo stesso tempo. Il primo progetto è il terrazzino/balcony dai colori sgargianti, messo a punto come prototipo nel 1977 e presentato molto dopo in una mostra curata da Paul Mc Carthy nel 1993 alla galleria Rosamund Felsen a Los Angeles. Ritorna oggi in questa mostra, debitamente revitalizzato dalla ditta specializzata "Per aria" di Cuneo, come testimonianza di una ricerca avanti lettera, di un nuovo concetto di scultura. Non più masse voluminose che si contrappongono al vuoto, ma una forma che vive e respira, modificandosi a seconda delle circostanze. Così "Movimento equestre" - che gioca nel titolo con la più diffusa denominazione di "Monumento equestre" - presenta il suo enorme cavallo mobile impennato che si libra nell'aria e s'affloscia a tempo, invertendo il ruolo del cavaliere, che, disarcionato, giace sconfitto sotto di lui.

Pina Inferrera ha creato una nuova opera per AIR. "Breath" è un soffio complesso, un alito che viene emesso per depurare il mondo. L'artista parte dal presupposto che il mondo è inquinato perché l'uomo di per sè è portatore d'inquinamento. Con le sue idee distorte, con la caduta di valori e ideologie, sostituite dall'imperante dio "money" che tutto travolge e distrugge. La visione utilitaristica della società - dice l'artista - compromette la salute del mondo in quanto questo rispecchia una radicata malattia dell'uomo abbarbicato agli interessi materiali, produttore di "capitali, eserciti e stermini"... "Breath" diviene allora il metaforico antidoto liberatorio e nel contempo esprime uno stato d'animo. Espelliamo da noi questo respiro insano, questo vento venefico che riduce le potenzialità vitali per ritrovare una nuova purezza.

L'idea si traduce in un'installazione che comporta una video proiezione e una gigantografia. Anche la realizzazione linguistica di "Breath" vuole percorrere nuove ipotesi sperimentali. La fotografia, con tre figure alterate al computer, che emettono fumo dalla bocca, da immobile tende a farsi risucchiare dalla mobilità del video proiettato sopra che presenta fumo in volute sempre più dilatate. In sostanza l'artista vorrebbe uniformare la foto al video. Il fumo che esce dalla bocca dei personaggi fotografati, continua, si evolve, si amplifica, nel fumo in movimento del video, divenendo simbolico fumo planetario.

Anne Lhèritier partecipa ad Air con il doppio video "Respiro".
Si tratta di due brevi racconti visivi che espongono l'uno l'immagine apparentemente immobile di un paesaggio di campagna solcato da una strada sterrata, l'altro al contrario la mobilità argentea del mare in perenne mutazione. Nel primo è sovrapposta un'animazione a carboncino con un personaggio che vi sfreccia nell'arco temporale di un respiro, nell'altro è sovrapposto un oggetto galleggiante sul mare, pure a carboncino, che diversamente del primo rimane immobile, nonostante la costante mobilità dell'acqua, sospinta dal vento. L'intrusione simulata, la sovrapposizione di una presenza estranea alla realtà del paesaggio tende ad evidenziare un ritmo, una pulsazione vitale che attraversa l'esistente, nell'alternanza di quiete e moto. È un brivido del cosmo, il respiro vitale del nostro pianete investe l'universo. L'osservazione del reale, l'ambiguità dell'apparenza, la fusione di verità e finzione, la lettura di ciò che ci circonda, ravvivata e trasformata da personali ricordi ed emozioni, dall'eco di una variegata cultura - raggiunta attraverso diverse strade, dal cinema alla letteratura, alla poesia - costituiscono il terreno composito su cui si fonda e cresce l'espressività di Anne Lhéritier; un'espressività sottile ed emozionata, partecipe dei segreti della vita, stupita della bellezza che non sappiamo più cogliere, della dilatazione dello spazio, affascinata dal vuoto. Intende raccontarci tutto questo in vari modi, attraverso la fotografia, spesso ingigantita, l'installazione che si misura con lo spazio, la progressione del video in versione DVD.

Alessandro Lo Monaco usa da sempre il computer come mezzo fondante per visualizzare il suo immaginario. Dipinge con il computer, sostituendo alle tecniche pittoriche tradizionali, la tecnologia del software. Inutile perseguire sistemi linguistici che appartengono alla storia. Il nostro tempo è segnato da svolte epocali, di cui quella tecnologica è certo una delle più determinanti. Figlio del proprio tempo, Lo Monaco crea dal nulla, senza alcun riferimento analogico, figure lievitanti nell'aria, proiettate in scorci iperbolici, in caduta libera, trasparenti, fatte come di cartilagine amebica, sprovviste di forza gravitazionale. Così sono quelle del breve ciclo "count new", prescelto per questa mostra. Figure psichedeliche, come le definisce l'artista stesso, creature femminili di un universo freddamente costruito, accessoriate con dettagli fashion di ascendenza sado/maso, sembrano volare da un film fantascientifico nutrito di ingredienti sexy, gelide eroine senz'anima, frivoli manichini dalle parvenze umane. Lo spazio in cui lievitano è il vuoto. Una dimensione oltre l'atmosfera terrestre, un vuoto cosmico. In tempi in cui la sostanza si dilegua dietro l'apparenza, queste immagini di Lo Monaco rappresentano gli obiettivi e lo status di una società che si riconosce nella fiction tra fantascienza, fashion, epidermici modelli televisivi.

Videomaker, performer, pittore, fotografo, Angelo Pretolani è un artista multimediale per eccellenza. Negli ultimi tempi è però il video che di più lo attrae a impaginare racconti visivi che riflettono lo status dei nostri tempi esagitati. Per questa mostra ha creato AIR, un video che parte da un'"aura" domestica e familiare, l'aria di un phoen per asciugare i capelli dopo una doccia. Da un'aria dunque strumentale, espressione della quotidianità, Pretolani passa ad un'aria intesa come "atmosfera dei tempi", registrando, nella cadenza del reportage, i fatti salienti e drammatici che nei giorni in cui è stato assunto il video hanno sconvolto l'umanità: le torture praticate dagli americani ai prigionieri irakeni nel carcere tristemente famoso di Abu Ghraib. Il video si snoda in un'alternanza di privacy, in una stanza da bagno avvolta dai vapori dell'acqua calda, e le immagini trasmesse da emittenti arabe che simbolicamente, e di fatto, si sovrappongono ed intersecano agli atti quotidiani che scandiscono la vita di chiunque. L'uomo - l'artista stesso - asciugandosi con pacata lentezza i capelli, utilizza un phoen da modernariato, simile a una pistola. Se lo punta ogni tanto alla tempia, simulando un'intenzione suicida. I conti tornano. Lo spettacolo feroce offerto dai media incombe sulla coscienza dell'osservatore condizionandolo. I simboli e il documento realistico si accavallano riflettendo uno stato di disagio e di allucinato scoramento. AIR qui s'intride del malessere di questa inquietante congiuntura storica, rimanendo ancorato alla terra, dimenticando il volo verso l'alto.

Susie Mac Murray è una giovane artista inglese che si è fatta conoscere in Italia, per i suoi strepitosi abiti da sera costruiti assemblando migliaia di palloncini semigonfiati. Un riflesso in qualche modo della ricerca di Guatti, tuttavia con percorso diverso. Una simulazione degna dei nostri tempi in cui realtà e finzione si scambiano reciprocamente i ruoli, un omaggio ai materiali plastici che (come la tecnologia soft), invadono il mondo, sostituendosi a quelli naturali.

Il discorso di Susie Mac Myrray appare così adiacente a quello della moda, però la matrice è sempre di natura artistica, nasce da una ricerca sia di nuovi materiali, che di contenuti allusivi, calati in forme plastiche legate al concetto di scultura.

Ma nel suo percorso Susie scopre anche altri materiali che l'affascinano, questa volta naturali, come le piume con cui realizza delle soffici sculture polisensoriali in quanto seducono il tatto oltre che la vista. Sculture che contraddicono il senso classico di oggetto pieno, solido, contrapposto al vuoto. Esse sono al contrario un'esaltazione della leggerezza, della morbidezza, vi si affonda volentieri le mani. Con le piume Susie MacMurray ha costruito ambientazioni, foderando intere pareti di gallerie d'arte, alterandone vistosamente i connotati.

Uno di questo lavori "Untitled, 2002, black feathers" costruito con piume di tacchino, è stato scelto per AIR, in quanto simulacro della leggerezza. Le piume, per loro natura lievitanti nell'aria, sono qui accorpate, addensate, sottratte alla libertà aerea, per trasformarsi in un curioso e mutevole oggetto plastico.

Lidia Sanvito lavora essenzialmente con la carta. Con essa costruisce diafane ambientazioni che ci risucchiano al loro interno. Sono grandi lavori che dialogano costantemente con lo spazio e s'impregnano, di volta in volta di diverse implicanze semantiche. Un'installazione sull'onnipresenza del dio-denaro, vertice di ogni interesse della società odierna, si fondava su un'infinità di banconote arrotolate, trapassate dunque dell'aria, che assemblate si aggregavano in forme geografiche, paesi, continenti, accomunati dal medesimo pensiero primario. Qui invece l'aria è dirottata sulle vie respiratorie, - un respiro diversamente vissuto rispetto a quello mefaforico di Anne Lhèritier - in due diverse versioni: "Anidride" e "Bronchioli". Ancora il respiro dunque, l'aria che penetra nei polmoni, e se le percentuali dei gas che la compongono si alterano subentra il cedimento, il malessere, il crollo. Da un presupposto chimico e da un'osservazione medica, con "Anidride" sboccia al contrario una struttura cupolare, - fatta di centinaia i sacchetti di carta bianca del pane, appesi al soffitto di una stanza - che si trasforma in ambientazione magica, in aerea bellezza. Il sacchetto del pane, applicato alla bocca, è l'antico rimedio inziale per recuperare l'anidride in uno scompenso che provoca malore. Tanti sacchetti, entro cui infilare la testa, per la nostra salute, e un candore luminoso, dilagante, quasi in una dimesione zen che ci strania dalla realtà. "Bronchioli" è della stessa natura: parte da terra: rotoli di carta bianca di diversa altezza, il respiro del pavimento, la sua metamorfosi in essere vivente, ansimante.

William West lavora intensamente da quando ha deciso di fare lo scultore, e in Italia, benché vi risieda da anni, è praticamente sconosciuto. Artista di talento e sicura vocazione, traduce in marmo qualsiasi cosa attiri la sua attenzione. Si tratta però di marmo riciclato, dell'assemblaggio di vari scarti che l'artista recupera, portandoli a nuova vita. La tecnica, espertissima, è quella tradizionale, del rilievo e anche della scultura tridimensionale. Ma lo spirito che anima i suoi lavori è decisamente del nostro tempo. Evoca il demone della guerra con soldati, carri armati, aerei, camion militari, resi in rilievi dai diversi colori, con uno spirito tra l'ironico e il divertito. Oppure sceglie il mondo disneyano, trasformando Paperino in un prezioso cammeo, costruisce oggetti, mobili, su cui colloca altre suppellettili di marmo, in una simulazione incessante tesa a riprodurre il mondo che ci circonda in colorata veste marmorea. Ha realizzato anche abiti di marmo, in un gioco di natura ossimorica che smentisce, col materiale usato, le caratteristiche dell'abito di tessuto. Così anche per l'opera prescelta per questa mostra "Snowflakes", i fiocchi di neve che aleggiano nell'aria sono degli immacolati pupazzetti marmorei, rigidi, sgambettanti nel vuoto. Associati, possono evocare la struttura molecolare del fiocco di neve, accompagnando anche visivamente il traslato del titolo. Il gioco ossimorico si ripete anche in questo caso. La naturale durezza del marmo è contraddetta dal leggero lievitare di queste delicate presenze nell'aria - agganciate nella Cascina di Vespolate ad una grata della veranda - che evocano con divertita libertà nel loro candore gioioso e giocoso, il miracolo della neve che imbianca la terra.

Artista di raffinata sensibilità, ricercatice di verità tramite il mondo visivo, Theres Wydler è sempre stata attratta dalla realtà naturale, dai suoi processi di crescita e trasformazione. Usa gli elementi naturali, fiori secchi o freschi, foglie, piante in rapporto allo spazio, che diventano simboliche allusioni di sensazioni e pensieri interiori. L'installazione denominata "The only Filler is Love", formata da garofani bianchi sospesi nel vuoto, crea una tensione spaziale di magico raccoglimento, straniandoci dal frastuono del mondo, per intensificare invece una sensazione di poesia. Sono fiori sradicati, lontani dalla terra d'origine, ordinati in uno spazio innaturale, che raccolgono la proiezione di nostri vissuti. La poesia consegue alla cadenza rarefatta della disposizione di fiori dal lungo stelo, volanti nello spazio che d'un tratto si fa silenzioso, serenamente luminoso.
È questa un'atmosfera idonea ad Air. Dapprima è comparsa la fotografia dell'installazione, poi a Milano e Torino, comparirà la concreta ambientazione.

La citazione di elementi naturali diviene momento di riflessione, campo d'indagine che tende a comporre le contraddizioni in vista dell'unità. È la proposizione, da parte dell'artista, di una particolare lettura delle cose del mondo, un invito a sbarazzarci dei luoghi comuni. Scrive Anna Beretta Piccoli in un suo catalogo: "il - qui o ora - di rose, di camomille, di ortensie perpetua se stesso. I fiori sono nuove pietre per costruzioni più complesse... niente si può distruggere veramente, tutto si può trasformare".

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